Maria Chiara Rafaiani, Le prendano le nubi

Le prendano le nubi
le domande inutili
di questa mezzo mattino
spezzato senza pietà
dall’agguato dei sentimenti
Cara terra novembre ti chiama
e tu devi rispondere
o sfaldarti
ti obbliga a riconoscere
la strada attraverso cui il pericolo
t’avvicina a Dio

Dio non ci vede
ci regala questo tempo
non nostro, queste notti
non nostre
in cui la memoria
sembra l’ultimo baluardo
dell’umanità concessa

Corriamo dritti
verso i pioppi
che il temporale non porti via
l’acido dalla nostra pelle
indistinta
tu mi hai preso la mano
tremante fermando la pioggia
non eri più arrabbiato
per la porta rotta
ero io ferma a quel punto del mattino
dove ho visto le possibili distanze
l’uomo e la donna
la necessità ed il desiderio

Milano non è dritta
ma capovolta negli assetati
tesa ad inseguire le macchine
o i cavalieri che ogni giorno
vanno dal Duomo al Castello Sforzesco

come Paride resto in secondo fila
prendo ciò che amo
e con ciò che amo
cerco di trarmi in salvo
ma non ho nessuno
pronto ad impugnare la spada
nella polvere
contro il più glorioso degli eroi
incurante del dubbio
contenuto da ogni immortalità
perché anche nell’umano resistere
la gloria sottostà alle leggi
del caso e del tempo

perché rubiamo immagini
agli anni ma non cantiamo
e la memoria ormai
riconosce solo ciò che è nostro:
una ferita, un “no”, un “forse”,
un “ci vediamo domani”

 

(Dalla raccolta inedita Tempeste)

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