Fausto Paolo Filograna, Ti dedico la grandezza che non ho

Ti dedico la grandezza
che non ho. Quando il pensiero non vola, le parole
non sono una danza e tutto
sta in un riposo da nulla
nella notte che non è riposo dal giorno
né attesa ti penso, amore mio
e ti dedico il nulla. Il pensiero legge seduto
e mi inforca
come un paio di occhiali, vorrei
dirti l’amore che sento in questa paralisi
senza bocca seduto al balcone a questo paralitico
cenozoico
di albe ripetute a notti e notti.
Datti calma, fa’ silenzio, ascolta
un concerto di odori si espande
blu, verde, giallo
il canto dei colori – albeggia
tra i monti tra gli alberi – e fende lo sguardo
e l’immobilità. Dove tu sei
dove tu sei
un intrico di ruote si spagina
l’universo brancolando tenta nuovi
uguali cicli e l’alba
il sole in una distrazione di hangar
ci promette l’eterno. E noi?
Io tento una vita,
un nome a giorni innominabili
tento di alzarmi e di dire «…
…» vorrei
sorriso millenario rivolgerti mille parole
non c’è secolo per questo fastidio
né giorno che viene né notte che passa
c’è che a volte seduto al balcone mi sento fissare. Sento
l’enorme marchingegno guardarmi
non mutare mai da un tramonto
due cariatidi sembriamo, sprezzare il vento
la pioggia i fulmini, io con occhi
e tu no, mentre qualcosa dice
non finirà mai tutto ciò
finirà la carne
lo spirito
ma la volontà l’altezza io penso
a un risveglio, a un’alba
a un’aria freschissima e respiro l’immoto
svegliarsi delle cose e il mio
intentato, penso a un risveglio
a ipotesi e ipotetiche salvezze nell’alto
sospeso con uno sguardo a un balcone –
dalla bocca del mondo una lingua nel cielo –
è questo, mi chiedo? è questo il vento
della carne che soffia da dietro e mi spinge alle stelle?
Sentimi, amore che vai, pregherò
al Nord come l’ago di una bussola
con un corpo di albero sorriso dal vento
beato e immobile. È questo il nulla che sento
e mi ammala di me? miserere mei
me stesso, Fausto, miserere del nulla
del sonno, sogno
una luce impossibile rifarmi l’anima, fa luce
tra gli alberi, e una forza sovrumana
non sorge, Fausto, non è possibile
che la disperazione per noi. Sento un malessere
[sopra la pelle
uno sciame di strade che va perdendosi
e io mi chiedo dov’è dov’è, e mi risponde,
[l’impossibile stradario:
niente. Perché non più ritornare
non più ritornare è possibile – madre
da dove io uscii io torno. Nulla
sono, né sono stato né ho sperato di essere. Io penso
a un risveglio, all’infinito propagarsi dal balcone
gli alberi, al verde, senza muovermi dal mio balcone.
– Arri arri cavalluccio, un canto si propaga
e induce al sonno, all’eterno, e dormo,
nato mai nato, senza azioni e senza sonno dormendo.
[Io penso
a un risveglio, io penso
e mi dico: “senza azioni non esisti
Fausto, tu sei quello che fai” e intanto si sfa
[l’ambaradan
universale, mentre tutto ruota
il disastro. E penso al freddo su Plutone
all’invivibile vita di noi, alle risse
delle mosche, tutto
ridicolo.
L’umanità litigherà anche stanotte, io
sono solo un individuo
che un insetto verrà a visitare con sguardo umano. Vieni
gran madre e vattene, lasciami solo, che dica: io ho fatto
io sono. Intanto sogno inondazioni, precipitazioni
terremoti e morti e morti,
tutto sa di nuovo
la pioggia, dal mio balcone
il disastro, l’odore
il tabula rasa universale. Scivola vai via, lasciami
fare,
morire. È tempo,
sono grande.

 

(Da Persona, Giuliano Ladolfi Editore 2017)

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