Amelia Rosselli, Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n’era una che

Fra le stanze che oscuravano la mia viltà ve n’era una che
rimbombava: era la notte. Io mi fingevo pazza e correvo a
sollevare i pazzi dal suolo, come fiori spetalati. Non era
luce che si dibatteva tra i cristalli, era la mia volontà
di sopravvivere! e tu gagliardo incoraggiavi con una lesta
manciata di monete incastrate nel mio desiderio dite che
ombreggiavi nell’infinito. Io ero la tua stupidella che rimava
a quattr’occhi nella sua cella di granito solidale agli
affreschi ed affetti degli solitari. Ma tu perdonavi e rincorrevi
l’anniversario della Luna che fra di molti biascicamenti sollevava
il sole dal suo candelabro. Tu non eri la mia chiesa eri
il mio demonio e la notte regina durava da eterno e mi rimaneva
in gola il sapore della tua forzata risata che s’oscurava
al levarsi del levante in una polveriera.

Tramite il riso in gola s’oscurava la mia gioventù. Tu la
risollevavi, silenziosa – nella sua castella delle abitudini.
Dormire forzare il demonio ad accaparrarsi i brandelli della
mia pietà, – dormire in una stanza ricoperta di tela e di
arabeschi potenti come lo zigomo della tua taccia.

(da Variazioni Belliche, 1964, in Le poesie, Garzanti 1997)

Pubblicato da

Critica Impura

Letteratura, filosofia, arte e critica globale.

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