Julian Zhara, Fuga in minore

Quelle chiazze prugna che ti abitano il corpo
affittate all’equivoco dei tuoi sogni infantili,
dagli attori dei film preferiti, ammaliata,
sotto lenzuola strette tra i denti,
argini contorta torrenti di carezze,
esalando vapori, espirando vocali
sul tuo grembo e sussurri e ti gratti che il prurito
più dolce non spalanca il sorriso, l’abisso rispecchi.
Le sillabe alitate all’orecchio delle amiche
le converti in fraseggi una domenica pomeriggio,
il parcheggio di una zona industriale ti avvita
e l’incastro funziona, il meccanismo ti è lieve,
sfogliata da dita imbevute di saliva
liberi farfalle, doni il sangue per un pugno di baci
iniziati come ondine e schiantati su scogliere;
un faro t’inonda le maniglie di fiotti di luce.
La tua vita da lì l’hanno scritta altre mani
clandestine di chirurghi, nocche d’artrite,
uno sputo a lavarti il peccato dalla pelle.
La finestra ti dirige la soluzione verticale,
mentre al water confidi il tuo pasto di dolore
mentre il cuscino ti dimostra che non passano le ore:
l’orizzonte si dilata del tuo umore oscurato.
Una mattina le nuvole sussurrano conforto,
il rispetto ha un prezzo, non si paga col rimorso,
la maniglia di ferro a stringerti le mani,
la sofferenza senza anestesia redime, diceva
tuo padre, tua madre sorrideva, il piacere
di sottrarti dal dovere di portare alla luce
il germe dei tuoi incubi. Tu zitta a fissare
il bulbo del tuo primo amore nuotare
dentro l’opaco vetro dei sottaceti.
Non più silenzio a coprirti le spalle
ma cristalli di ghiaccio a incidere, ferire;
e la schiena bambina farsi palcoscenico
dei burattini di paese, dell’indice peloso
che ti disegna stilizzata. Un mattino
ti raccogli e voti l’uscita con lo zaino
di scuola unico testimone, saluti la cucina
che del riso rimane il biancore del sale.
Il salvadanaio a pezzi in mezzo alla stanza,
tra lo stereo, le cassette della band preferita,
intonando un motivo, sei partita per sempre.
Nostalgia e attesa parallele sui binari,
la stazione dei treni conta i rimpianti,
ospitale a chi non ha niente da dire,
e le strade si confondono coi sogni col cinema,
troppo in alto da cogliere troppo in basso per star fermi
a guardare negli occhi la propria vertigine.
Su un dirupo tasti il polso agli uomini soli,
un lampione non può consigliare di meglio,
hai imparato che l’amore non si cela in frequenza,
hai imparato che è difficile soffrire davvero.
Mentre guardi i palazzi di fronte adesso
l’ambulanza che passa ma non è per te,
un contratto diverso ti ho promesso e il mio nome
non è quello che ti ho detto, ti pende un perché
dal ghigno che ti strappa dal corpo la vita.

 

(inedito)

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